Interviste immaginarie

Parla madame Catherina Bolnes vedova Vermeer

orecchino

Mi volete intervistare?

Volete sapere cosa mi ha lasciato il Maestro e cosa ha lasciato a Griet?

Allora mettiamo le cose in chiaro da subito: Io non amo i pettegolezzi, sono una signora, non una sciacquetta come la serva. Per anni ho mantenuto il maestro con i miei soldi, figuratevi cosa poteva guadagnare con la pittura e con quella locanda in piazza che più che un albergo rispettabile era un covo di artisti morti di fame e di puttane.

Credo che quella sciacquetta venga da li e me l’ha messa in casa con la scusa di badare a mia madre e ai bambini .

Io dovevo pensare solo a fare figli, non favevo a tempo a sfornarne uno che ero gravida un’altra volta.

Con la serva invece tutto dolce, poetico e l’ha fatta posare come modella ma si sappia una volta per tutte che il turbante è una coperta di seta del mio corredo e l’orecchino è il mio. Era scomparso, credevo di averlo perso, poi ho visto il quadro ed ho capito che fine ha fatto. Della coppia me ne è rimasto uno solo, ma anche questo va sul conto.

Poi per quel quadro con la sciacquetta i critici si sono sprecati: volto enigmatico, il sorriso della nuova Gioconda.

Per me invece nulla, malgrado le mie insistenze di posare per lui, di fare la sua modella.

E lo stronzo sapete cosa mi rispondeva?

“Tesoro, mia dolce Catherina, non voglio che un tuo ritratto finisca sulla parete del salotto di qualche ricco mercante”.

Poi si è convinto e mi ha fatto il ritratto: La lattaia.

Avete capito io la lattaia, mentre preparo la colazione per lui e per quegli scatenati dei suoi figli.

Vermeer_-_The_Milkmaid

Scusate ora vi devo lasciare. Ho un appuntamento con un mercante d’arte. Vuole un quadro del mio Jan, ma per meno di 500.000 fiorini non lo mollo.

Volete sapere che fine ha fatto la sciacquetta? Ovvio, è tornata nella locanda a fare il suo mestiere. Ora la chiamano tutti: La ragazza dell’orecchino del pirla. Eh si il mio Jan buonanima sarà stato anche un bravo pittore, ma con le donne non ci sapeva fare, lo sapevano tutti.

Continua a leggere “Interviste immaginarie”

Recensioni di Canapa

canapa
Canapa”: l’ultimo romanzo di Raffaele Abbate. Una recensione di Francesco De Filippo

La produzione della canapa per decenni e fino a pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale è stata un’industria fiorente del Napoletano. Soprattutto in quello che oggi non è più che un enorme paesone privato di identità, Frattamaggiore. È qui che Raffaele Abbate ha ambientato il suo Canapa, oggi in una nuova edizione da Melagrana, dopo il secondo posto ottenuto al II Premio Napoli narrativa. Dalla fine dell’800 in poi, più o meno tutto ciò che riguardasse corde e cordame, che non fosse preziosa sete giapponese e prima della diffusione del nylon (now you lose old nippon), era canapa. Come tutte le corde per campane nell’intero territorio pontificio. Canapa prodotta con il lavoro duro di operai senza quasi diritti negli opifici aperti notte e giorno di Frattamaggiore. Non era la miniera ma l’insalubrità era notevole e c’era chi moriva a causa della bezoari, la palla di stoppa che cresceva nello stomaco manifestandosi all’improvviso e sempre troppo tardi. Economie domestiche di sopravvivenza per centinaia di famiglie a fronte dell’arricchimento indiscriminato di pochissimi ‘signori della canapa’. Gente dura, spietata prima di tutto con se stessa, feroce con gli altri; vendicativa e carnale.

Per leggere  l’articolo completo questo è il link

Continua a leggere “Recensioni di Canapa”